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Coronavirus: le conseguenze dell’epidemia sulla salute mentale

Qualche giorno fa ci siamo occupati di come i disordini sociali influenzino la sfera psichica, con conseguenze non dissimili rispetto a quelle provocate da conflitti armati o attacchi terroristici. Oggi ci occupiamo di quali effetti stia causando l’epidemia di coronavirus sul benessere mentale di pazienti e personale sanitario.

I primi casi di infezione da coronavirus sono stati rilevati nella città di Wuhan, in Cina, nel mese di dicembre 2019. Da allora, per ridurre il rischio di trasmissione del virus, la città ha adottato provvedimenti di forte impatto sociale. Presto, molte altre città e province cinesi l’hanno seguita: a oggi, un’area territoriale che comprende più di un miliardo di persone ha avviato le misure di contenimento previste per un’emergenza sanitaria maggiore. Queste misure comprendono l’identificazione precoce e l’isolamento dei casi sospetti e certi, la raccolta di campioni biologici, il monitoraggio dei loro contatti, l’istituzione di unità di isolamento ospedaliere, l’approvvigionamento di scorte mediche.

L’impatto psicologico

Un recente articolo pubblicato su The Lancet – Psichiatry fa il punto sulle conseguenze psicologiche dell’epidemia, e la mette a confronto con il precedente storico dell’epidemia di SARS, iniziata in Cina nel 2003 e poi diffusasi ad altri Paesi. Nonostante il 26 gennaio scorso la Commissione Nazionale per la Salute Cinese abbia rilasciato raccomandazioni per gestire la crisi psicologica causata dall’epidemia di coronavirus, finora gli interventi mirati sono stati insufficienti. Basandosi sulla precedente esperienza del 2003, i gruppi di persone a cui bisognerebbe indirizzare un supporto psicologico sembrano due: da una parte i pazienti (compresi i casi sospetti isolati presso il loro appartamento o in strutture sanitarie, i contatti stretti, amici e parenti di persone infette), dall’altra il personale sanitario.

I pazienti

Per i primi (le persone con infezione sospetta o certa), il rischio maggiore è quello di sperimentare paura incontrollata, per un lungo periodo, senza poter interagire con altri o avere notizie sul contagio a causa della condizione di quarantena. I livelli di stress e ansia sono ulteriormente aumentati dai sintomi stessi della malattia (febbre, tosse, mancanza di fiato) e dagli effetti collaterali di alcuni farmaci (come l’insonnia, potenzialmente causata dai farmaci cortisonici). La ricerca e la quarantena obbligatoria per tutti i contatti stretti dei pazienti infetti scatena inoltre un senso di colpa nei confronti dei propri cari. Infine, i social network non aiutano sul versante dell’allarmismo: WeChat, un mezzo di comunicazione molto popolare in Cina, ha spesso descritto il coronavirus come un microbo che non lascia scampo, perpetuando un senso di pericolo e di incertezza nella popolazione. Nel corso della pregressa epidemia di SARS, è stato riportato un picco d’incidenza di molti disturbi psichiatrici, come depressione, ansia, attacchi di panico, agitazione psicomotoria e persino suicidi.

Il personale sanitario

Dall’altro lato c’è il personale sanitario: tutti, ma in particolare quelli che lavorano a contatto con i pazienti contagiati, sono ad alto rischio non solo di contrarre l’infezione, ma anche di incorrere in disturbi della sfera psichica; soprattutto, c’è la paura di infettarsi e di diffondere il virus anche ai propri familiari, amici e colleghi. Durante l’epidemia di SARS del 2003, i professionisti sanitari coinvolti furono trovati a maggior rischio di sviluppare ansia, depressione, frustrazione e disturbo post-traumatico da stress.

Le strategie proposte

L’articolo sostiene che ci sia urgente bisogno di predisporre interventi a sostegno della salute mentale, e propone quattro strategie, vicariandole dalla precedente emergenza SARS. Come prima istanza, suggerisce di stabilire veri e propri “team multidisciplinari” (composti da psichiatri, psicologi e infermieri) a supporto sia della popolazione sia del personale sanitario. In secondo luogo, chiede di garantire che le comunicazioni riguardanti la diffusione del virus siano chiare e tempestive. Terzo: i dispositivi elettronici dovrebbero essere utilizzati non solo per garantire un canale di comunicazione sicuro tra paziente e familiari, ma anche per ricevere supporto psicologico. Infine, pazienti e sanitari dovrebbero essere periodicamente valutati per l’insorgenza di depressione, ansia e tendenze suicide, in modo da ricevere un aiuto rapido e mirato (in forma di psicoterapia o di farmaci).

Nel corso di qualsiasi emergenza infettiva, le sensazioni di paura, insicurezza e isolamento sono comuni, ma possono ostacolare gli interventi medici mirati e aggravare la condizione psicofisica dei pazienti e dei professionisti sanitari coinvolti. L’istituzione di servizi per rilevare le conseguenze psichiche dell’epidemia e intervenire al meglio sono un obiettivo di primaria importanza. Tali conseguenze, infatti, potranno restare anche dopo che l’epidemia sarà superata.

 

Giorgia Protti

 

Fonti:

https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30046-8/fulltext

 

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