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Infezioni Urinarie

Infezioni urinarie ricorrenti nelle donne: le strategie per riconoscerle, curarle e prevenirle

Quale donna non ha mai sperimentato fastidiosi disturbi nel fare la pipì, come bruciore, urgenza e sensazione di dover urinare a intervalli frequenti? Può trattarsi di infezioni a carico delle vie urinarie. Come comportarsi quando si presentano con allarmante frequenza, o ricompaiono dopo averle curate?

Il sistema urinario è l’apparato che espelle dall’organismo le sostanze di rifiuto, producendo ed eliminando l’urina. Esso è formato dai reni, responsabili della filtrazione di urina a partire dal sangue, e da un sistema di convoglio e stoccaggio, composto da ureteri, vescica e uretra. L’intero sistema è disegnato per evitare al massimo l’eventuale presenza di batteri al suo interno, soprattutto nella sua parte più alta, ovvero a livello renale. Eventuali infezioni possono, infatti, agire a vari livelli: quando sono colpiti i reni si ha la cosiddetta pielonefrite, una malattia potenzialmente grave che deve essere diagnosticata e curata con attenzione in quanto può complicarsi e portare alla disseminazione dei batteri infettanti in tutto l’organismo (sepsi); quando invece a essere interessate sono le cosiddette “basse vie urinarie” (cioè il sistema di collegamento con l’esterno), si svilupperanno infezioni dette cistite uretrite, meno pericolose rispetto alle pielonefriti, ma molto più frequenti.

Chi è affetto da queste patologie può sperimentare disturbi molto fastidiosi: bruciore a fare la pipì, necessità di urinare molto frequentemente, spesso espellendo solo piccole quantità di urina, talvolta anche di notte, e a volte senza riuscire a trattenere lo stimolo fino al bagno. Si può avere febbre e dolore a livello del basso ventre o al fianco. È anche possibile che l’urina risulti particolarmente torbida e maleodorante, o che contenga sangue. Tutti sintomi e segni spiacevoli che, soprattutto se persistenti, possono rendere molto difficile lo svolgimento delle attività quotidiane. Un articolo pubblicato recentemente sulla rivista Journal of the American Medical Association (JAMA) approfondisce questo argomento spinoso.

Quando l’infezione è ricorrente

In alcune donne, specialmente dopo la menopausa, le infezioni urinarie sono “ricorrenti”, ovvero si verificano  almeno 2 volte nell’arco di 6 mesi oppure 3 volte nell’arco di un anno e sono confermate in laboratorio con un esame chiamato urinocoltura. Per rendere più efficaci le strategie di cura, vanno valutate molto attentamente le caratteristiche di queste infezioni e di chi ne è colpito: alcune abitudini di vita, condizioni mediche e farmaci possono infatti predisporre. Il medico che visita la paziente dovrà porre particolare attenzione ad alcune caratteristiche fisiche, come la presenza di atrofia genitourinaria (una condizione frequente in menopausa di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo) o altre condizioni che possono favorire il passaggio di batteri fecali dall’ano alle vie urinarie. È importante anche valutare il riempimento della vescica, utilizzando l’ecografia o inserendo un catetere. Bisogna inoltre tenere conto degli esami colturali (l’urinocoltura, per l’appunto) eseguiti durante le infezioni precedenti: conoscere i batteri che colonizzano le vie urinarie è fondamentale per impostare una terapia antibiotica mirata ed efficace.

Tutte queste informazioni servono al medico e al paziente per concordare insieme la migliore strategia di cura e prevenzione. Infatti, date le moltissime variabili in causa, si può quasi dire che esistono tante infezioni urinarie quante donne: ognuna ha caratteristiche a sé e merita un approccio personalizzato.

Come curarle

Nella maggior parte dei casi, valgono alcune regole generali: bere molta acqua e urinare ad intervalli ravvicinati (per prevenire la moltiplicazione di batteri nella vescica), curare l’igiene intima, assumere farmaci sintomatici per alleviare i fastidi ed eseguire un’esame colturale dell’urina. Una volta effettuato quest’esame, si può decidere caso per caso se attendere i risultati o se cominciare da subito ad assumere un antibiotico, pur senza sapere esattamente qual è il batterio responsabile (la cosiddetta “terapia antibiotica empirica”). Quest’ultima strategia non funziona però nel 100% dei casi soprattutto a causa delle resistenze agli antibiotici; l’unico modo per saperlo è, appunto, l’urinocoltura con il cosiddetto “antibiogramma” (cioè il profilo di sensibilità di quel batterio ai diversi antibiotici). Attenzione però: non tutte le urinocolture positive indicano che c’è un’infezione in atto. Esiste una condizione intermedia, detta “batteriuria asintomatica”, nella quale i batteri colonizzano le vie urinarie ma non le infettano. In questa circostanza, se la donna non ha sintomi né condizioni a rischio (come la gravidanza), si può decidere di non usare l’antibiotico: esso può fare più male che bene, selezionando batteri resistenti e alterando la flora microbica dell’organismo.

Una volta finito il ciclo di terapia, la cosiddetta “urinocoltura di controllo” è utile? La risposta a questa domanda non è ancora del tutto chiara. Le linee guida attuali non la raccomandano, anche se mancano studi rigorosi a riguardo. Tuttavia, se i sintomi non si risolvono con la terapia, ripetere l’esame può essere utile per indirizzarci ed eventualmente prendere in considerazioni anche altre possibili cause non infettive.

Come prevenirle

Come già detto, non c’è un’infezione urinaria uguale all’altra, ed esistono accorgimenti ad hoc da adottare in alcune circostanze. In particolare, alle donne che sviluppano più facilmente un’infezione delle vie urinarie dopo i rapporti sessuali si raccomanda di svuotare la vescica alla fine dell’atto; molto controversa e dibattuta, invece, è l’utilità di assumere antibiotici subito dopo il rapporto. Nelle donne dopo la menopausa con atrofia genito-urinaria, può essere utile la terapia con ormoni estrogeni (per “ridare tono” agli organi genitali e urinari). In un ristretto gruppo di persone che, nonostante le cure, continua a soffrire d’infezioni urinarie, si può tentare la profilassi con antibiotici per 3-6 mesi sempre sotto controllo medico. Anche questo, però, è un approccio rischioso per lo sviluppo di resistenze e che molti considerano addirittura controproducente. Per quanto riguarda la prevenzione con terapie non antibiotiche, come i probiotici o gli estratti di aglio e di mirtillo rosso, mancano evidenze scientifiche a certificarne l’efficacia.

Sebbene le infezioni delle vie urinarie siano una questione complicata, venirne a capo si può. In questo caso, più che mai, la collaborazione tra paziente e medico è fondamentale per inquadrarle, trattarle e prevenirle al meglio.

 

Giorgia Protti

 

Fonti:

https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2760447?guestAccessKey=216cc9d2-89b3-4545-afe8-992c325fb11c&utm_source=silverchair&utm_medium=email&utm_campaign=article_alert-jama&utm_content=olf&utm_term=012920

 

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