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Birra E Celiaci

Confessioni di una celiaca: dieta difficile, diagnosi ancora di più

Secondo appuntamento con il “diario” di Renata Gili, medico che collabora con Medical Facts, sulla sua esperienza personale con la celiachia.

Dai primi sintomi alla diagnosi di celiachia passarono quasi due anni. La strada non fu delle più lineari, ma forse mi devo ritenere fortunata, considerando che su alcune riviste scientifiche viene riportato che il ritardo medio per arrivare al responso diagnostico è di circa tredici anni. Secondo me, tutto questo tempo, quando si sta male, non lo si augura a nessuno, a meno di non avere un peggior nemico, e anche in questo caso credo che tredici anni siano veramente un po’ troppi.

Il ritardo si spiega perché la celiachia spesso si nasconde. Uno si aspetterebbe di avere almeno un classico sintomo gastrointestinale e invece non è assolutamente detto: i cosiddetti sintomi “atipici”, come il gonfiore addominale, la stanchezza cronica, la stipsi, il mal di testa, il dolore addominale o l’anemia sono diventati addirittura più frequenti di quelli classici. Infatti io, di sintomo classico, non ne ho avuto nemmeno mezzo. Essenzialmente questi ultimi sono la diarrea, la perdita di peso e le difficoltà a crescere. E, se me lo permettete, su questo faccio una precisazione: sono alta 1 metro e 84. Proprio così: 184 lunghissimi centimetri, senza neanche l’ombra di un tacco. Alle elementari avevo una maestra che ci metteva in ordine di altezza. Spero che una cosa del genere adesso sia illegale, perché è un ottimo modo per sottolineare differenze fisiche su cui uno mica ci può fare qualcosa. Che poi, per carità, anche senza di lei l’avrei scoperto poco dopo, a suon di «ma quanto sei alta?», o «che tempo fa lassù?». Quest’ultima in particolare era molto in voga durante gli ultimi anni del liceo, quando iniziavamo a uscire fino a tardi con gli amici e andavamo a ballare. Mi ritrovavo contornata da ragazzi molto più bassi di me, che con un accento altamente piemontese mi chiedevano: «Ma lassù nevica?», pensando di fare la battuta del secolo. Fabrizio De André cantava «cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente». Bene, penso che con un metro e quasi ottantacinque una donna sia legittimata ad affermare la stessa cosa.

In assenza di sintomi

Però, vi dicevo, io non ho avuto sintomi classici e adesso certamente sarebbe stato tutto più facile, perché ormai i protocolli di diagnosi lo prevedono proprio: in presenza di uno dei sintomi atipici gli esami per la celiachia vanno fatti. Io avevo solo l’anemia, che mi portava a essere sempre stanca e pallida. Così dovetti iniziare subito, prima ancora della diagnosi, ad assumere le pastiglie di ferro che, però, proprio a causa della celiachia, non assorbivo.

Vi spiego brevemente perché: normalmente la mucosa del nostro intestino è formata da tantissime piccole estroflessioni (i villi intestinali), che servono, in pratica, ad aumentarne la superficie utile all’assorbimento delle sostanze nutritive che derivano dalla digestione degli alimenti. In un soggetto celiaco si va incontro alla cosiddetta atrofia dei villi intestinali, ossia il rivestimento dell’intestino si appiattisce quasi completamente, con conseguenti difficoltà ad assimilare diverse sostanze, fra le quali il ferro. Fortunatamente arrivò il momento in cui, dopo che diversi medici mi consigliavano di fare esami per escludere malattie pericolose, un gastroenterologo amico di mio padre gli disse: ma sei sicuro che Renata non sia celiaca? E così capimmo tutto e con la dieta senza glutine l’anemia andò a posto in poco tempo perché i villi si rigenerarono, senza più la necessità di prendere tutto quel ferro che ti dava la sensazione quotidiana di aver mangiato il manubrio di una bicicletta arrugginita.

La diagnosi

La diagnosi di celiachia, c’è poco da discutere, è una diagnosi sociale: rischia di limitarti fortemente nella vita di gruppo. Tutti vanno a mangiarsi la pizza e tu devi dire che vorresti andare in un posto dove fanno la carne, tutti vanno a bersi una birra e tu devi chiedere di andare in un’enoteca. E poi ogni volta che ti siedi a un tavolo di un ristorante la prima cosa che devi dire, appena arriva il cameriere e ti sta per chiedere se bevi gassata o naturale, è che non puoi mangiare il glutine, attirando l’attenzione di tutti gli invitati. All’ultimo anno del liceo ero da poco fidanzata. E quando ti arriva una diagnosi di celiachia il fidanzato non può pensare di starne fuori: o ti lascia o decide che il senza glutine, in un modo o nell’altro, deve andare bene anche a lui. Proprio quando gli stavo spiegando tutto ed ero quasi pronta a sentirmi dire che se era così allora lui forse non se la sentiva, si focalizzò sulla famosa questione della contaminazione, e cioè che un celiaco non può mangiare nessun cibo che sia stato anche solo contaminato da un alimento con il glutine, basta una briciola. E così arrivò la fantastica domanda, assolutamente coerente per la testa di un individuo diciassettenne con gli ormoni a palla: «Ma se io prendo una birra, dopo che l’ho bevuta, possiamo baciarci?».

Io non avevo alcuna intenzione di baciare solo ragazzi celiaci e nemmeno di chiedergli di lavarsi i denti quando eravamo sul più bello, e così ci pensai un attimo, più che altro perché a me non sarebbe mai venuto di chiedere una cosa simile e poi, sono sincera, gli dissi di sì anche se non ero certa che la risposta fosse quella giusta. Ma si sa, l’amore – quando è sincero – ha sempre bisogno di qualche bugia.

 

Renata Gili

 

 

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