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Wuhan

Coronavirus: è necessario intercettare i due terzi delle persone infette per bloccare l’epidemia

Un’analisi di ricercatori dell’Imperial College of London supporta i timori espressi ieri su Medical Facts. Per bloccare l’epidemia causata dal nuovo virus cinese sarà necessario identificare più del 60% di chi è stato infettato.

Quando ci si trova nel bel mezzo di un’epidemia, quando ancora non si conoscono tutti i dettagli del microrganismo che la sta causando, è fondamentale il ruolo degli epidemiologi. Gli epidemiologi sono a metà fra medici e matematici e il loro lavoro è cruciale per permettere di pianificare gli interventi più efficaci per bloccarne la diffusione. Questo ancora di più quando, come nel caso dell’epidemia in corso, si ha a che fare con numeri ballerini e, quasi certamente, lontani dalla realtà dei fatti.

I ricercatori dell’Imperial  College

È di ieri una nuova analisi dello scenario in corso e della sua possibile evoluzione da parte di ricercatori dell’Imperial College di Londra, che già qualche giorno fa avevano – e i fatti stanno dando loro ragione -, stimato in molto superiore il numero di casi reali rispetto a quanto dichiarato dalle Autorità cinesi. In questa nuova elaborazione i colleghi inglesi hanno disegnato nuovi possibili scenari su come evolverà l’epidemia. Fra i vari scenari presi in considerazione hanno in particolare analizzato quello che sta emergendo, ovvero di un coronavirus che infetta e che dà pochi sintomi, o non ne dà affatto in alcuni soggetti infettati. Questa è la situazione che emerge dalla lettura attenta e dall’analisi, che vi abbiamo proposto ieri su Medical Facts, del primo lavoro sulle caratteristiche cliniche dell’infezione pubblicato su The Lancet. Una situazione pericolosa, in quanto favorirebbe non poco la diffusione del virus.

Non sempre c’è febbre

Dagli scenari prospettati dagli epidemiologi inglesi emergono due aspetti fondamentali: l’epidemia potrà essere bloccata in Cina se sarà intercettato più del 60% dei soggetti infettati. Questo può essere difficile da raggiungere all’atto pratico. La sola febbre, come segno clinico, per esempio, rischia di non essere sufficiente: nel lavoro di The Lancet la metà dei soggetti infettati non ne aveva.

Altro aspetto importante è che anche i colleghi inglesi, alla luce dei loro calcoli, stentano a comprendere il perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità non abbia ancora considerato quest’epidemia come una vera e propria minaccia sanitaria a livello globale. Questo soprattutto, e ritorniamo sempre lì, perché ancora sappiamo così poco sulle caratteristiche cliniche dell’infezione. Come dire? Ritorniamo al punto di partenza. Un cane… anzi un dragone che si morde la coda.

 

Roberto Burioni e Nicasio Mancini

 

(Nella foto, Wuhan in questi giorni di emergenza coronavirus)

 

Fonti:

https://www.imperial.ac.uk/media/imperial-college/medicine/sph/ide/gida-fellowships/Imperial-2019-nCoV-transmissibility.pdf

 

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