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Batteri

Sviluppo di nuove strategie antibatteriche: ecco qual è la situazione attuale

Dopo l’interesse suscitato dal nostro articolo sull’identificazione di una nuova molecola antibiotica, abbiamo deciso di tornare sull’argomento. Ecco una carrellata sulle nuove strategie in corso di sperimentazione, per arrivare ad avere nuove molecole ad attività antibatterica da usare nei pazienti.

Medical Facts continuerà a sollecitare la vostra attenzione, e in particolare quella degli operatori sanitari, sulla necessità di usare in modo intelligente gli antibiotici. La nostra testata, però, non ha nel proprio DNA la filosofia di creare allarmismo più o meno giustificato. Tutt’altro: noi vogliamo rendere consapevole chi ci legge di alcune realtà in ambito medico, analizzando in modo critico, o meglio, scientifico, quello di cui ci occupiamo. Non solo brutte notizie che creano allarme, quindi. Anche aggiornamenti su possibili misure messe in pratica per contrastare gli eventi negativi che ci preoccupano. È proprio questo il caso dell’articolo di oggi, che si focalizza sulla descrizione di alcune linee di ricerca per arrivare a molecole con attività antibatterica. Una recentissima revisione della letteratura scientifica pubblicata su Nature Reviews Microbiology ci sarà, come al solito, d’aiuto.

La difficoltà aguzza l’ingegno

Immaginate di trovarvi di fronte a un problema di natura pratica. Non so: per chi di voi è bravo nel bricolage, potrebbe per esempio essere la costruzione di un nuovo congegno (un misto fra uno scivolo e un’altalena), per far divertire i vostri bimbi. Nel costruirlo, vi accorgete però di non riuscire a conciliare il movimento a pendolo dell’altalena con la pendenza necessaria allo scivolo. Dovete inventarvi qualcosa (non chiedetemi cosa!). Quali alternative avete? Direi sostanzialmente due, caratterizzate da diversi livelli di difficoltà e, ovviamente, con probabilità di successo diverse e non facilmente prevedibili. La prima è adattare quanto già sapete e quanto già è stato fatto da altri alla risoluzione del vostro problema. L’altra, invece, è quella di trovare soluzioni nuove, magari più rischiose, ma che vi permetteranno di risolvere in modo originale il problema.

Questa è esattamente la situazione di fronte alla quale ci pone la diffusione delle resistenze agli antibiotici dal punto di vista dello sviluppo di nuove molecole o strategie efficaci. Una è l’identificazione di nuove molecole che agiscano in modo simile a quelle che già abbiamo: questa è una strada di cui si conoscono i potenziali vantaggi (per esempio, uccidere i batteri o rallentarne la crescita), ma anche possibili svantaggi, non ultima, per l’appunto, lo sviluppo di resistenze. L’altra, invece, è quella di pensare a strategie del tutto nuove, che prendano spunto da aspetti della fisiologia dei batteri che attualmente non sfruttiamo.

Le molecole ad attività diretta

Un gruppo di colleghi ha recentemente revisionato la letteratura su quest’aspetto, facendo una sorta di “censimento” di progetti non ancora arrivati in fase clinica, ma con discrete possibilità di farlo (soldi permettendo). Sono, quindi, tutti progetti “pre-clinici” (ovvero non ancora valutati su pazienti), accomunati, però, dall’aver individuato almeno una nuova molecola con attività antibatterica promettente. Sono stati così identificati 407 diversi progetti provenienti da 314 centri industriali o universitari di tutto il mondo.

Gran parte delle molecole (187, il 46% del totale) in fase di studio sono “classici” antibiotici, ovvero molecole che legano strutture della cellula batterica rallentandone il funzionamento, o addirittura uccidendola. L’aspetto positivo è che molte di queste molecole sono dirette, come la darobactina di cui abbiamo recentemente parlato, contro bersagli cellulari attualmente non sfruttati dalla terapia antibiotica. Come dicevamo, conosciamo bene i vantaggi di queste strategie, ma anche gli svantaggi a essi associati.

Strategie alternative

A strategie più convenzionali si associa, però, un gran numero di progetti basati su strategie alternative più o meno originali. In quest’ambito, meritano una menzione i 33 progetti (8% del totale) basati sull’uso dei cosiddetti fagi. I fagi sono virus che infettano e, di conseguenza, distruggono le cellule batteriche. Il vantaggio di questo approccio è che, rispetto agli antibiotici, è molto più selettivo ovvero è potenzialmente in grado di distinguere i batteri più pericolosi da altri che lo sono meno o che addirittura svolgono un ruolo benefico per la nostra salute. Questo è, però, anche un potenziale svantaggio in quanto, per usare questo tipo di strategia, è indispensabile conoscere nel dettaglio le caratteristiche del batterio che sta causando una determinata infezione. Cosa non sempre possibili con le attuali tecniche diagnostiche.

Altra menzione particolare meritano le strategie che né rallentano la crescita né uccidono i batteri, ma, semplicemente (si fa per dire), disarmano i più pericolosi. Sono i cosiddetti farmaci anti-virulenza batterica (33 progetti, 8% del totale), che vanno a rendere innocui alcuni pericolosi sistemi che questi batteri usano per danneggiare il nostro corpo. Un po’ come mettere la sicura in una pistola puntata contro di noi. Anche in questo caso si agisce in modo più selettivo rispetto agli antibiotici, ma, allo stesso tempo, è necessario conoscere bene il “tipo di pistola” che il batterio coinvolto sta usando.

Ultima menzione, infine, meritano i progetti (21 in totale, pari al 5%), basati sull’uso di prodotti (probiotici o altri elementi correlati), che mirano a modulare la flora batterica  alterata che si riscontra in una serie di condizioni cliniche. Questo al fine di riportarla verso un più normale equilibrio nelle sue componenti. Come abbiamo già avuto modo di dire su Medical Facts, questa è sicuramente la via da seguire per avere a disposizione fra qualche anno probiotici davvero efficaci.

Molte speranze, ma anche molte incognite

L’aspetto più preoccupante di questo panorama è che più del 60% di questi progetti in fase embrionale è portato avanti da piccole realtà private con meno di 10, spesso meno di 5, dipendenti. Per quanto è dato sapere, solo pochissime multinazionali del farmaco sono attualmente impegnate nello sviluppo preclinico di nuove strategie antibiotiche. Solitamente, le grosse entità entrano in gioco solo in fasi ben più avanzate di sviluppo. Questo è il chiaro segno di come investire sullo sviluppo di nuovi possibili farmaci antibatterici sin dalle primissime fasi sia troppo rischioso e, nel complesso, poco remunerativo. Questa tendenza dovrà in qualche modo essere interrotta. La posta in gioco è davvero troppo alta per non intervenire. Il rischio che corriamo è quello di riuscire a curare sempre meglio patologie mortali fino a qualche anno fa, come molti tipi di tumore, e poi rischiare di perdere pazienti perché non sappiamo come trattare le complicanze di una “banale” infezione di ferita.

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

Nat Rev Microbiol. 2019 Nov 19. doi: 10.1038/s41579-019-0288-0

 

 

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