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Gas Intestinali: Come Si Formano E Quali Problemi Possono Causare

Gas intestinali: come si formano e quali problemi possono causare

Oggi Medical Facts vi spiega perché si formano i gas all’interno del nostro intestino, a quali condizioni cliniche si associano e cosa potremo imparare studiandoli.

A ognuno di noi è sicuramente capitato di passare momenti imbarazzanti a causa dell’aria o, per meglio dire, dei gas che si formano nella nostra pancia. In alcuni casi, la produzione o la percezione della presenza di questi gas può associarsi a vere e proprie patologie intestinali. Oggi proviamo a fare il punto su questo argomento, sfruttando una revisione della letteratura scientifica appena pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology.

L’origine dei gas nell’addome

I gas che si formano nelle nostre vie digerenti hanno sostanzialmente una duplice origine: possono originare da interazioni chimiche che hanno luogo in esse, come per esempio quando il contenuto acido dello stomaco incontra la bile e le secrezioni del pancreas nel primo tratto del nostro intestino (il cosiddetto intestino tenue); oppure, e in misura decisamente più abbondante, non derivano direttamente dal nostro metabolismo, ma da quello dei miliardi di batteri che popolano il nostro intestino, soprattutto nel suo ultimo tratto (il cosiddetto colon).

Come abbiamo avuto modo di dire più volte su Medical Facts, la flora che “ospitiamo” nelle nostre vie digerenti sfrutta quello che noi le forniamo come nutrienti. In parole più semplici, siamo noi con il cibo che mangiamo (e con altri fattori) a selezionare i diversi gruppi di batteri che ci colonizzano. Da questo consegue che anche l’aria nella nostra pancia è l’effetto combinato di quello che mangiamo e dei batteri che nel tempo abbiamo selezionato nel nostro intestino.

È necessario fare qualche esempio? Non basta citare i casi di alimenti (legumi, cavolfiori, broccoli, ma anche alcuni tipi di carne o pesce), letteralmente “indigesti” per qualcuno di noi? Prima di procedere, facciamo una rapida carrellata dei problemi che la presenza di gas può creare dal punto di vista clinico.

Manifestazioni cliniche legate all’accumulo di gas

Diciamo subito che il gas si forma normalmente in ognuno di noi, inclusi i soggetti senza particolari disturbi gastroenterici. In un soggetto sano, gran parte del gas si forma proprio nel colon, ovvero laddove la quantità di batteri è spaventosamente alta. Solo in minima parte, invece, si forma nell’intestino tenue dove la quantità di batteri è decisamente più bassa.

In alcuni casi, però, la presenza di gas può causare problemi. Le principali manifestazioni legate al suo accumulo possono essere schematicamente suddivise in due tipologie: quelle che riguardano la parte iniziale delle vie digerenti e che si manifestano principalmente con un aumento di emissione di gas attraverso la bocca sotto forma di eruttazioni. Queste forme molto spesso non hanno nulla a che fare con la dieta (e quindi con i batteri), e sono dovute ad altri fattori che portano a un incremento di aria ambiente “ingurgitata” col cibo. Questo può, per esempio, essere legato a un “risucchio” d’aria all’interno dell’esofago di chi mangia troppo in fretta. Altro esempio è l’effetto che si ha quando si beve una bevanda gassata.

Altro discorso, invece, è quando l’accumulo di gas tende a essere eliminato attraverso il basso come flatulenza. In questi casi, il ruolo dei batteri e del cibo che mangiamo è decisamente importante. Alcuni soggetti possono percepire più di altri la presenza del gas addominale e possono provare una fastidiosa sensazione di gonfiore spesso associata anche a dolore. Questa condizione, per esempio, è particolarmente comune in chi soffre della cosiddetta sindrome del colon irritabile e può essere peggiorata da alcuni cibi. Oppure, una situazione analoga può riscontrarsi in chi è intollerante al lattosio quando consuma latticini.

Perché i batteri producono gas

A questo punto cerchiamo di capire perché la presenza dei batteri si associa alla produzione di gas. La fonte principale di gas sono i cosiddetti carboidrati (zuccheri), soprattutto quelli “complessi” abbondanti in alimenti ricchi in fibra come, per esempio, le verdure. I carboidrati complessi non vengono direttamente metabolizzati da nostri enzimi; ci pensano i batteri, principalmente quelli del colon, sfruttando un processo noto come fermentazione. Questo porta alla produzione di sostanze utili per il nostro organismo (come per esempio gli acidi grassi a catena corta), ma anche, per l’appunto, di gas come l’anidride carbonicae l’idrogeno che vanno a distendere l’intestino provocando i sintomi sopra descritti. Per questo motivo, soggetti affetti dalla sindrome del colon irritabile spesso mal sopportano alimenti come molti tipi di verdura, la buccia di molti tipi di frutta, i legumi o molti tipi di cereali e prodotti alimentari da essi derivati (pane, pasta). La presenza di anidride carbonica e idrogeno favorisce la produzione, da parte di altri microrganismi presenti di un altro gas, il metano, che può aumentare ulteriormente la distensione e che tende a rallentare la motilità intestinale causando stipsi.

Anche le proteine, sia animali che vegetali, possono andare incontro a processi metabolici di fermentazione da parte di microrganismi specifici che producono un gas contenente zolfo, dal caratteristico odore di uovo marcio, come ben sa chi frequenta terme in cui sono presenti le cosiddette acque sulfuree.

Questo è solo un quadro molto generale di quanto avviene nel nostro intestino in termini di produzione di gas. La situazione è davvero molto complessa e, se meglio compresa, potrebbe davvero migliorare quanto attualmente facciamo nella prevenzione e nella terapia di molte patologie intestinali che si associano alla produzione più o meno abbondante di gas.

Come usare dal punto di vista clinico queste conoscenze

La valutazione del possibile ruolo dei gas emessi e della loro correlazione con l’alimentazione risale addirittura al 1781, quando Benjamin Franklin (grande scienziato e inventore, nonché, incidentalmente, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti), studiò per la prima volta la flatulenza, correlandone l’odore con i cibi ingeriti. Attualmente molti ricercatori (clinici e non) stanno lavorando su come permettere una ancora maggiore diffusione di tecniche diagnostiche di dosaggio dei gas emessi utilizzabili in pazienti con i disturbi di cui abbiamo parlato. L’analisi dei gas che emettiamo, oggi limitato a un numero minimo di condizioni cliniche, e una migliore comprensione dei meccanismi che portano alla loro produzione potrà infatti permettere una migliore caratterizzazione dei vari pazienti con disturbi intestinali. Si spera che questo possa anche portare a strumenti che permettano in tempo reale di seguire l’effetto di modifiche della dieta in questi stessi pazienti, permettendo di ottimizzarne e individualizzarne l’applicazione.

Solo in quel momento sarà il caso, per noi medici, di “darsi delle arie”. Un passo avanti sarà stato compiuto nella comprensione dei meccanismi che regolano il complesso mondo che ospitiamo all’interno dell’intestino e, soprattutto, dei suoi effetti sulla nostra salute.

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology; volume 16, December 2019: 733-47. https://doi.org/10.1038/ s41575-019-0193-z

 

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