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Sifilide Congenita: Un’infezione Drammatica Tutt’altro Che Scomparsa

Sifilide congenita: un’infezione drammatica tutt’altro che scomparsa

La sifilide sembra una malattia del passato, di cui leggere solo nei libri di storia o nei romanzi. I numeri dicono altro, soprattutto per una delle sue forme più drammatiche: la forma congenita.

Qualcuno molto vicino a Medical Facts una volta ha affermato che: «la Scienza non è democratica». Affermazione relativa a un particolarissimo contesto e, ovviamente, per nulla generalizzabile. A confermare questo, potremmo portare come esempio la “democraticità” di tutta una serie di microrganismi, oggetto di studio da parte di molti scienziati, che non guardano in faccia allo stato sociale di chi infettare. È questo, per esempio, il caso del Treponema pallidum, il batterio responsabile dell’infezione di cui parleremo oggi: la sifilide. Una malattia che, soprattutto in passato, non risparmiava né il povero né il ricco.

Alcuni cenni sulla sifilide

La sifilide è una malattia vecchia quanto l’uomo. Il batterio responsabile si è, infatti, evoluto con noi: non infetta altri animali. In particolare, la sifilide è stata la prima malattia di cui si è compresa la trasmissione per via sessuale. Poco da discutere a riguardo: il Treponema pallidum è un batterio che non sopravvive a lungo all’esterno del nostro organismo. Per trasmettersi ha bisogno di un contatto diretto, intimo tra due esseri umani. E cosa c’è, per l’appunto, di più intimo di un rapporto sessuale? Di qualsiasi tipo.

A seguito del contatto fra mucose (genitali, labbra, bocca, ano), il Treponema pallidum può farsi strada nel soggetto che viene infettato, iniziando a replicare nel punto di ingresso. Questo porta alla formazione di una lesione, tipicamente non dolorosa, ma altamente infettiva (rischio del 30% a seguito di un singolo rapporto), nota come ulcera sifilitica che caratterizza la cosiddetta sifilide primaria. Dalla zona primaria di replicazione il batterio si diffonde a tutto l’organismo e può dare varie manifestazioni cliniche, spesso non facilmente riconducibili alla sifilide, anche perché nel frattempo la lesione primaria si è riassorbita. Questa fase è nota come sifilide secondaria. Queste sono le fasi durante le quali un soggetto è, come detto, altamente contagioso.

A queste prime due fasi può, poi, seguire un lungo periodo (anche anni!), di cosiddetta latenza clinica. In altre parole, il paziente sta bene e, spesso, non sa nemmeno di essere infettato. Il problema è che, anche dopo molti anni, l’infezione può tornare a essere clinicamente rilevante (sifilide terziaria), a seguito del coinvolgimento di varie strutture del nostro organismo, come il sistema nervoso centrale, il cuore, il fegato, le ossa o la cute. Nessun organo è sostanzialmente al riparo.

C’è, però, un aspetto positivo in tutta questa storia. La sifilide è una delle infezioni che, presa in tempo, si può curare più facilmente. La disponibilità della penicillina, il primo antibiotico disponibile su vasta scala, ha drammaticamente (uso il termine nell’accezione anglosassone), modificato l’epidemiologia della sifilide. Le cose stanno ancora così: il Treponema pallidum è uno dei pochi batteri a non aver sviluppato significative antibiotico-resistenze.

Per dare un’idea dell’impatto della terapia antibiotica, nel 2001 (70 anni dopo l’introduzione della penicillina), si arrivò a un numero di casi negli Stati Uniti di sifilide primaria e secondaria pari a 2,1 ogni 100 mila abitanti. Rapportato a una città come Napoli, questo porterebbe a un totale di poco più di 20 casi. Da quel momento, però, qualcosa è cambiato. L’incidenza della sifilide è lentamente tornata a crescere. Questo lento incremento si sta osservando anche in Europa, come dimostrano i più di 33 mila casi (più di 1.600 in Italia) confermati di sifilide nel solo 2017 dall’European Center of Disease Control and Prevention. E probabilmente noi arriviamo a vedere solo la punta dell’iceberg.

La sifilide congenita

Tutto questo, in realtà, già di per sé molto preoccupante, ha un correlato davvero da non sottovalutare. Nel descrivere le modalità di infezione del Treponema pallidum, abbiamo, infatti, detto di come esso necessiti di un contatto molto intimo. Abbiamo, ovviamente, fatto riferimento al rapporto sessuale. Vero, ma in realtà c’è dell’altro. Qualcos’altro, a pensarci bene, di ancora più intimo che può trasmettere quest’infezione. Mi riferisco al rapporto tra un feto che si sta sviluppando e la propria madre, o per dirla tecnicamente, alla cosiddetta trasmissione materno-fetale dell’infezione.

Torniamo a dare i numeri. Abbiamo parlato dell’incremento dei casi diagnosticati di sifilide negli ultimi anni. Se, in particolare, ci soffermiamo sulle donne in età fertile, ci accorgiamo, per esempio, che negli Stati Uniti l’incidenza in questo gruppo è aumentata da 2,5/100 mila nel 2013 a 15,1/100 mila nel 2018, per un totale di quasi 10 mila nuovi casi all’anno. Questo ha portato a un aumento spaventoso di casi di sifilide nei neonati (la cosiddetta sifilide congenita): quadruplicati nello stesso periodo di soli cinque anni (da 362 a 1.306).

La sifilide in gravidanza è un’infezione devastante. Prima di tutto il rischio di trasmissione al feto è elevatissimo: fino al 70% soprattutto nei primi trimestri. Gli effetti sul feto sono davvero drammatici con un 30% di morti intrauterine o alla nascita, insieme a tutta una serie di complicanze, a vari livelli, che chi sopravvive può trascinarsi per tutta la vita. Se non trattati con la penicillina, i neonati con sifilide congenita possono rapidamente sviluppare tutto quello che abbiamo descritto per la sifilide terziaria.

La sifilide congenita si può prevenire e trattare.

I numeri che abbiamo citato fanno rabbia soprattutto per un motivo: come detto, sappiamo come trattare in modo efficace quest’infezione. Per questo motivo, soprattutto nel caso di rapporto sessuale a rischio, è opportuno sottoporsi a test specifici del sangue che permettono di rilevare l’eventuale contatto con il Treponema pallidum. Questo è importante in generale, ma soprattutto per le donne che sospettano o sanno di essere incinte. In Italia lo screening è, non a caso, eseguito all’inizio e al termine della gravidanza. Ricordatevi, inoltre, che una diagnosi precoce in gravidanza aumenta notevolmente le probabilità di successo della terapia nel limitare i danni al feto.

Un’ultima considerazione sulla prevenzione: sono stato adolescente negli anni ’90. Ricordo che eravamo davvero terrorizzati dall’infezione da HIV e, per questo motivo, eravamo in genere molto attenti nel proteggerci col profilattico durante rapporti occasionali. Eravamo sicuramente molto più attenti di quanto non lo si sia oggi. Paradossalmente, la disponibilità di farmaci che premette il controllo dell’HIV ha avuto come conseguenza l’abbassamento dell’attenzione nel prevenire il contagio. Questo è un errore, non solo per l’HIV che è tutt’altro che scomparso, ma anche per tutta una serie di infezioni trasmissibili per via sessuale. I numeri della sifilide stanno lì a dimostrarlo.

 

Nicasio Mancini

 

(Nell’immagine il batterio Treponema pallidum)

 

Fonti:

JAMA Published online November 11, 2019

https://atlas.ecdc.europa.eu/public/index.aspx

https://www.cdc.gov/std/stats17/default.htm

 

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