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Streptococcus Agalactiae: Rischio (assolutamente Evitabile) Per I Neonati

Streptococcus agalactiae: rischio (assolutamente evitabile) per i neonati

Oggi Medical Facts parla di un batterio poco conosciuto ai non addetti ai lavori: lo Streptococcus agalactiae, anche noto come streptococco beta-emolitico di gruppo B. Un esempio di come la conoscenza dei meccanismi fisiopatologici e la disponibilità degli antibiotici abbia cambiato l’impatto di una complicanza infettiva del parto.

Venire al mondo non vuol semplicemente dire vedere la luce, vuol dire anche entrare in contatto con i vari aspetti, più o meno piacevoli, del mondo stesso. Lo stesso discorso vale se lo trasferiamo al concetto per cui quando veniamo al mondo entriamo in contatto in modo massiccio con il mondo microbico, batterico e non solo.

Normale colonizzatore delle vie digestive

Abbiamo già visto il ruolo positivo che questo contatto, se avvenuto in modo corretto, può avere sullo sviluppo di un bambino. Oggi parliamo di un potenziale rischio. Ben noto, già da prima che le tecniche molecolari ci permettessero di andare ancora più a fondo nello studio della nostra flora residente. Parliamo dello Streptococcus agalactiae, anche noto come streptococco beta-emolitico di gruppo B. Questo è un batterio che colonizza solitamente le nostre vie digestive. Senza dare alcun tipo di problema. Problemi, anche seri, può darli se dalle vie digestive passa in un’altra sede, come per esempio le vie genitali, in particolar modo nella donna.

Infezioni delle vie urinarie

In questo distretto, le problematiche possono essere di due tipi: alcune legate direttamente alla donna che lo “ospita”; altre, decisamente più gravi, a carico del bimbo che, se incinta, quella donna darà alla luce. Nel primo caso rientrano le infezioni delle vie urinarie che lo Streptococcus agalactiae (così come altri batteri di provenienza enterica), può causare se raggiunge la vescica. La replicazione incontrollata di batteri a questo livello causa, infatti, una fortissima risposta infiammatoria che clinicamente si traduce in un quadro ben preciso: la cistite.

Circa la metà delle donne sa molto bene, per esperienza diretta, a cosa mi riferisco. Il sesso femminile è infatti molto più suscettibile (fino a 50 volte in più), a questo tipo di infezione a causa, fra l’altro, della lunghezza molto minore della propria uretra (il tratto terminale delle vie urinarie che convoglia l’urine dalla vescica all’esterno) rispetto a quella dei maschi.

Sepsi e meningite nei neonati

Non è questo, però, il motivo per cui parliamo di Streptococcus agalactiae in questo articolo. Tratteremo, infatti, le possibili conseguenze dello Streptococcus agalactiae sul neonato nelle ore immediatamente successive alla nascita. A seguito del passaggio attraverso le vie genitali materne, lo Streptococcus agalactiae può infatti tipicamente colonizzare le vie aeree (naso e gola) del neonato stesso. Il problema è che da lì può disseminarsi in tutto il suo organismo, sfruttando la relativa immaturità del suo sistema immune. Può addirittura superare le barriere che proteggono il suo Sistema Nervoso Centrale.

In altre parole, lo Streptococcus agalactiae è la più importante causa di infezione disseminata (sepsi) e di meningite nei neonati entro i primi tre giorni dalla nascita. Infezioni drammatiche che, se non riconosciute in tempo, spesso non lasciano scampo. Si calcola che circa il 50% delle donne colonizzate trasmette lo Streptococcus agalactiae al proprio figlio al momento della nascita e che, in assenza di terapia, circa l’1-2% di questi neonati svilupperà le complicanze descritte sopra.

Un meccanismo noto che può essere bloccato

Questo meccanismo è noto da tempo. Proprio la sua conoscenza ha permesso di mettere in pratica una serie di misure preventive durante la gravidanza, o meglio nella sua ultima fase, che hanno diminuito in modo drammatico le infezioni da Streptococcus agalactiae. Chi ha avuto figli, probabilmente lo sa o se lo ricorderà leggendo questo articolo. Le linee guida su come prevenire questo tipo di drammatica complicanza del parto sono state recentemente riviste negli Stati Uniti.

Come già da anni avviene in Italia, le nuove linee guida ribadiscono l’utilità di una semplicissima misura da mettere in pratica fra la 36a e la 37settimana di gravidanza: la ricerca diretta dello Streptococcus agalactiae su un tampone rettale e un tampone vaginale della futura mamma. Questo semplice esame permette di verificare la presenza del microrganismo in tempo utile prima del parto. Tutte le donne positive che partoriscono per via naturale saranno, quindi, sottoposte durante il travaglio alla somministrazione per via endovenosa di un antibiotico solitamente efficace contro il batterio.

Sappiamo benissimo l’effetto che gli antibiotici hanno anche sui “batteri buoni” della nostra flora. Si tratta, quindi, di bilanciare i possibili benefici con le possibili conseguenze negative. Per questo motivo, si cerca di razionalizzare l’uso degli antibiotici, senza rischiare l’infezione da Streptococcus agalactiae. Per esempio, le ultime linee guide statunitensi ribadiscono che può non essere sottoposta a profilassi chi è colonizzata ma partorisce, per vari motivi, mediante cesareo. In questi casi, a meno che non vi sia stata una prematura rottura delle acque, non ha senso eseguire la profilassi perché, non passando per le vie genitali della madre, il neonato non corre alcun rischio di entrare il contatto con il pericoloso microrganismo. Al successo di queste misure, si associa anche la ricerca del batterio nel naso e nella gola del neonato entro pochissime ore dalla nascita.

L’applicazione di queste semplici indicazioni, riconfermate nelle ultime linee guida, ha ridotto drasticamente i casi d’infezioni da Streptococcus agalactiae nei neonati. L’ultimo bollettino italiano ne riporta meno di 30 in più di un  anno. Ottimo risultato, ma si può fare ancora meglio e non si deve assolutamente abbassare la guardia.

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

Obstetrics & Gynecology  VOL. 134, NO. 1, JULY 2019

http://old.iss.it/binary/mabi/cont/InterimReport2017.pdf

 

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