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Il Virus Dell’epatite C (HCV): Una Bestia Non Ancora Domata

Il virus dell’epatite C (HCV): una bestia non ancora domata

L’HCV è uno dei virus che ha attualmente il maggior impatto a livello mondiale. Un virus che, se non trattato in modo efficace, può portare a uno dei cancri più terribili: quello del fegato. Un grosso passo avanti è stato fatto negli ultimi anni grazie alla disponibilità di farmaci che lo colpiscono direttamente. Tanto, però, c’è ancora da fare.

Avete presente l’effetto che può avere una piccola crepa su un muro sottoposto all’acqua e alle intemperie? Alla lunga potrà allargarsi e, così facendo, minarne la stabilità. All’improvviso il muro crollerà, magari senza aver dato alcuna avvisaglia nell’immediato. L’effetto silenzioso e continuo degli elementi, unito alla presenza della crepa, ha fatto precipitare tutto in un attimo, ma il lavoro di usura è andato avanti per anni.

Un’insidia silenziosa.

Questo esempio può rendere in termini non medici l’effetto dell’infezione del virus dell’epatite C (HCV) sul nostro fegato, e quindi sul nostro organismo nel suo complesso. Non ci si accorge solitamente di nulla al momento dell’infezione; non ci sono sintomi e segni particolari per anni o addirittura decenni. Poi all’improvviso il crollo sotto forma di una grave alterazione del fegato (la cirrosi), che perde progressivamente la propria normale organizzazione anatomica, e quindi la propria funzione; o addirittura sotto forma di uno dei tumori più terribili che ci sia, il tumore del fegato (epatocarcinoma).

L’HCV (la crepa) è lì e chi ne è infettato spesso non sa di esserlo. Danneggia silenziosamente il fegato. Altri fattori (per esempio l’alcol, una dieta ricca in grassi e proteine animali) possono contribuire progressivamente, come gli elementi atmosferici, a far crollare il muro. All’improvviso, come detto, il muro crolla e, per la gioia degli antivaccinisti, tutto questo non è ancora prevenibile con un vaccino. Non abbiamo, infatti, un vaccino contro l’HCV.

Come evolve l’infezione.

Il danno silenzioso, ma costante, è proprio l’aspetto più subdolo del virus. Nella stragrande maggioranza dei casi (circa l’80%), infatti, un paziente infettato non riesce a liberarsi del virus. Il nostro sistema immune cerca di farlo fuori ma, allo stesso tempo, il virus scappa, gli sfugge cambiando continuamente forma. Il virus muta in tante diverse varianti che confondono il nostro sistema immunitario, che non riesce a colpirle tutte in modo efficace. Il paziente va così incontro a quella che in termini tecnici viene chiamata infezione persistente (epatite cronica). Nel frattempo, il paziente vive la propria vita normalmente: lavora, fa sport, mangia, beve, ama senza problemi di sorta. Il virus è lì, però. E continua a danneggiargli il fegato. E continua a poter essere trasmesso ad altri.

Numeri sconcertanti

Questi che stiamo descrivendo non sono casi isolati. Basti pensare che si stima che più di 71 milioni di individui al mondo abbiano un’infezione persistente causata da questo virus. Più dell’intera popolazione di un paese come la Francia. Circa l’1% della popolazione mondiale! Ogni anno poco meno di due milioni di nuove infezioni vengono diagnosticate nel mondo: più degli abitanti di una città come Milano. Circa mezzo milione di persone muore per le conseguenze dell’infezione ogni anno. La cosa assurda è che solo una piccola parte (non più del 20%) dei soggetti con infezione persistente) sa di essere infettato perché le è stata diagnosticata la presenza del virus. Il restante 80% non sa di esserlo!

Durante la fase cronica, infatti, il danno al fegato va avanti e il paziente continua a stare bene. Ecco però che qualcosa inizia a cambiare in una percentuale che varia dal 10 al 20% dei casi. A tanto ammonta la percentuale di soggetti infettati in cui, nel giro di 20-30 anni dall’infezione, il fegato inizia a diventare sempre più fibroso e, di conseguenza, a funzionare peggio. Fino a bloccarsi quasi del tutto causando un quadro noto come insufficienza epatica, tipico della cirrosi avanzata. In alcuni di questi pazienti, il danno è reso anche peggiore dalla presenza di cellule tumorali. A questo punto c’è ben poco da fare, se non sperare in un trapianto. Le conseguenze dell’infezione da HCV sono infatti la prima causa di trapianto di fegato.

Farmaci efficaci a disposizione, ma la strada è ancora lunga.

Questo frequente ritardo nella diagnosi è reso ancora più assurdo dal fatto che da circa poco più di cinque anni abbiamo a disposizione una terapia davvero efficace contro il virus. Una terapia che lo colpisce e lo blocca direttamente (la terapia precedente con interferone e ribavirinaera molto meno specifica e molto meno efficace). La disponibilità dei farmaci ad azione antivirale diretta (DAA –Direct Acting Antivirals) permette, infatti, l’eliminazione del virus in più del 99% dei casi. Qualcosa di sbalorditivo. Non dobbiamo, però, abbassare la guardia, perché quell’1% che manca può contare e, soprattutto, perché a livello mondiale solo il 15% dei pazienti con un’epatite C ha avuto accesso alla terapia ed è stato trattato.

Il consiglio che ci sentiamo di darvi è di valutare con un semplice test del sangue la presenza di anticorpi contro HCV, soprattutto se appartenete alle categorie più a rischio d’infezione (tossicodipendenti, omosessuali maschi, altri comportamenti sessuali a rischio), o se le vostre analisi di routine indicassero una sofferenza del fegato (per esempio, valori più elevati della norma delle cosiddette transaminasi). Se la crepa fosse lì, ora abbiamo un mastice molto efficace per fissarla.

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

Lancet 2019; 394: 1451–66

 

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