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Batteri Intestinali E Chili Di Troppo: Si Può Intervenire?

Batteri intestinali e chili di troppo: si può intervenire?

Oggi Medical Facts fa il punto su flora batterica intestinale e il rischio di obesità. Possiamo incolpare (anche) loro per i nostri chili di troppo?

Già più volte sulle pagine di Medical Facts abbiamo discusso il ruolo che i batteri che normalmente popolano il nostro corpo (noti anche come “flora residente”, “microbiota” “microbioma”a seconda del contesto), hanno nell’influenzare il nostro stato di salute. A riprova dell’importanza che questo argomento ha assunto nell’ambito della ricerca medica basti un solo numero: dal 2001 (anno in cui per la prima volta fu introdotto il termine “microbioma”), a oggi sono stati più di 15 mila gli articoli scientifici pubblicati su quella che è la componente più importante della nostra flora, la flora intestinale. Abbiamo già visto come i batteri normalmente presenti nel nostro intestino abbiano caratteristiche che variano a seconda della porzione delle nostre vie gastroenteriche (per esempio, sono pressoché assenti nello stomaco, ma abbondantissimi nel tratto finale dell’intestino, il cosiddetto colon), e a seconda dell’età dell’individuo e delle sue abitudini di vita (alimentazione, igiene, attività fisica). Abbiamo anche visto come sia difficile modificarli in modo permanente una volta raggiunta l’età adulta.

Alcune evidenze ma la strada è ancora lunga

Diciamo subito che, nonostante l’immensa mole di lavori pubblicati e la solidità di alcuni dati ottenuti in animali di laboratorio, sull’uomo le evidenze necessitano di ulteriori conferme. Questo per una serie di fattori: come detto, la notevole variabilità del microbiota fra individui diversi che rende molto difficile arrivare a conclusioni generali, ma anche la necessità di valutare nel tempo gli effetti clinici di una flora residente alterata. Una flora alterata in un adolescente potrà avere effetti clinici anche dopo molti decenni. Bisogna che questi decenni passino per verificarlo. In altre parole, gli studi di popolazione in corso dovranno avere il tempo di potersi concludere.  A che punto siamo allora?

Batteri intestinali e metabolismo

I dati più solidi sono sicuramente sul ruolo che i batteri intestinali hanno nel modificare alcuni aspetti del nostro metabolismo. Sappiamo certamente che la flora di un soggetto obeso è diversa da quella di un soggetto normopeso. Resta da capire se questa è solo un’associazione o, piuttosto, se fra i due elementi c’è un rapporto di causa ed effetto. In altre parole, capire se le differenze fra i batteri osservati siano, quanto meno, una delle cause che porta all’accumulo di grasso.

Che questa correlazione causa-effetto possa esserci, lo sappiamo, come detto, da esperimenti condotti su animali. Risale all’ormai “lontano” 2012 lo “storico” lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, che dimostrava come le modifiche della flora intestinale di topi, a seguito della somministrazione di piccole quantità di antibiotici (come ormai sapete una procedura vietatissima oggi negli allevamenti), fossero associate a un aumento di grasso negli animali. In parole più semplici: batteri intestinali diversi, selezionati dalla presenza degli antibiotici somministrati, inducevano l’accumulo di più o meno grasso corporeo. All’anno successivo, il “remotissimo” 2013, risale un lavoro ancora più intrigante, pubblicato sull’altrettanto prestigiosa ScienceQuesto lavoro dimostrava come, a parità di calorie introdotte col cibo, ingrassavano maledettamente di più i topi che erano stati colonizzati con batteri intestinali provenienti da una donna obesa. La cosa sconcertante era che gli animali colonizzati con i batteri provenienti dalla sua gemella monozigote (ovvero uguale in tutto e per tutto dal punto di vista genetico), ma magra, non ingrassavano affatto. Della serie: la genetica conta, ma fino a un certo punto. Altrettanto, o forse, più importanti sono i fattori non determinati direttamente dalla genetica, come per l’appunto i nostri batteri intestinali.

L’obesità e le patologie correlate: colpa di batteri intestinali che scatenano un’infiammazione?

E nell’uomo? Partiamo da un’osservazione di carattere epidemiologico: l’obesità non è praticamente mai una condizione isolata. Si associa spesso a tutta una serie di condizioni (pressione alta, alterazioni del livello di colesterolo e trigliceridi nel sangue, diabete), che nel complesso costituiscono la cosiddetta sindrome metabolica. Si sta anche evidenziando come queste malattie siano associate, almeno inizialmente, a una sorta di infiammazione cronica che interessa l’intero organismo, ma che avrebbe come focolaio di partenza proprio il nostro intestino.

I microbiologi e gli immunologi sanno benissimo come la capacità di scatenare una risposta infiammatoria non sia uguale per i diversi batteri. Alcuni la stimolano di più, altri di meno, altri ancora, addirittura, aiutano a controllarla. Questo è valido anche per la nostra flora intestinale. I batteri che abbiamo nel nostro intestino possiamo “coltivarli” in modo diverso sin dai primi anni della nostra vita. Fattore, ovviamente, importantissimo nel farlo è cosa diamo loro da mangiare. Ovvero cosa mangiamo noi. A propria volta, però, in un perfetto circolo vizioso (o virtuoso nei casi positivi), il cibo che ingeriamo influenza i batteri presenti nel nostro intestino.

Uno studio eseguito su volontari sani (esseri umani, quindi, e non animali) ha dimostrato come siano sufficienti cinque giorni di una dieta di un certo tipo (per esempio a base di fibre vegetali o, al contrario, di proteine e grassi animali), per alterare la flora. Le conseguenze di queste alterazioni sono molto diverse dal punto di vista metabolico. I prodotti del metabolismo dei diversi batteri o le loro componenti strutturali hanno, infatti, un effetto diverso sui vari organi del nostro corpo, a partire dal fegato che, come sappiamo, ha un ruolo fondamentale nel nostro metabolismo.

Per esempio, sappiamo benissimo come una dieta ricca di grassi animali seleziona batteri maggiormente pro-infiammatori e come questo si ripercuota a vari livelli a partire, per l’appunto, dal fegato.

Esistono batteri protettivi?

In parallelo, alcuni lavori hanno evidenziato l’abbondanza di specie batteriche che svolgerebbero un ruolo protettivo, favorendo un miglior metabolismo dei lipidi e, di conseguenza, un minor accumulo di grasso. Da lì è partita la corsa dal bancone dei laboratori a quello delle farmacie per vendere questo o quel prodotto contenente questo o quel batterio, o questa o quella combinazione di batteri diversi. Dobbiamo, però, sapere che allo stato attuale delle nostre conoscenze nessun prodotto ha ricevuto una validazione clinica conclusiva per qualsivoglia indicazione, a partire dalla potenziale prevenzione dell’accumulo delle calorie in eccesso. In futuro, sicuramente, qualche prodotto lo sarà, ma, se non vogliamo rischiare di banalizzare enormi sforzi di ricerca, bisogna sottolineare come attualmente le cose stiano proprio così. Lo ripeto: nessuna efficacia provata in modo chiaro e definitivo. Chi dice il contrario non è, probabilmente, in completa buona fede.

Siamo solo all’inizio di un percorso davvero affascinante che potrà avere un impatto importantissimo sulla salute di ognuno di noi e sulla qualità della nostra vita. Tante domande su varie malattie, di cui attualmente non comprendiamo bene la natura, potranno trovare risposta. Fra queste domande, semplificando al massimo, ce n’è anche una fra le più frequenti a cena, soprattutto quando si sgarra un po’: «Ma perché quello(a) può ingurgitare un mammut e non prende un etto, mentre se io mangio anche solo una mentina metto su un chilo?». Ecco, non so se può sollevarvi, ma questo è probabilmente anche colpa dei batteri che abbiamo coltivato nel nostro intestino.

 

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

J Clin Invest. 2019;129(10):4050–4057. https://doi.org/10.1172/JCI129194

Nature Medicine, VOL 25, JULY 2019, 1096–1103 https://doi.org/10.1038/s41591-019-0495-2

Science 341, 1241214 (2013). DOI: 10.1126/science.1241214

Nature 488, 621-626 (2012) doi:10.1038/nature11400

 

 

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