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Cannabis In Gravidanza: Uno Studio Ne Evidenzia I Rischi

Cannabis in gravidanza: uno studio ne evidenzia i rischi

Meglio evitare alcol, fumo di tabacco e cannabis in gravidanza. Molti sono gli studi che, più o meno chiaramente, lo dimostrano. Su questa falsariga, un recente studio canadese ha evidenziato un maggior rischio di complicanze in chi fa uso di cannabis durante la gravidanza.

Spero di non deludere nessuno, ma, contrariamente alle regole su come scrivere un articolo di qualsivoglia natura, e a maggior ragione un pezzo divulgativo, vorrei iniziare chiarendo subito cosa NON tratteremo in questo pezzo. In questo articolo NON parleremo in modo specifico degli effetti della cosiddetta cannabis leggera, ovvero quella caratterizzata da un livello molto basso del principio attivo responsabile dell’attività stupefacente, e vendibile, almeno fino a qualche mese fa, in tutt’Italia.

Qui parleremo di un lavoro scientifico, che ha studiato la cannabis in generale, senza specificarne il “peso”, e in particolare dei suoi possibili effetti su uno dei momenti solitamente più belli della vita di una coppia: l’attesa di un figlio.

I principi attivi della cannabis, ma anche di alcol e fumo superano la placenta e raggiungono il feto

Partiamo da qualcosa di noto già da tempo: il tetraidrocannabinolo (THC), il principale principio attivo stupefacente della cannabis, è in grado di superare la placenta e di raggiungere il feto. Questo vale anche per altre sostanze attive sul Sistema Nervoso, quali l’alcol o la nicotina. Chi beve o fuma in gravidanza, permette alle sostanze che agiscono sul proprio cervello di farlo anche sull’organismo del proprio bimbo. Vari studi hanno già affrontato quest’aspetto, evidenziando effetti clinici negativi più o meno chiari sullo sviluppo del feto, e più o meno evidenti a lungo termine sulla normale crescita del bimbo, una volta nato.

Nessuno studio ha, però, mai messo in dubbio questo dato di fatto: ovvero – lo ripeto – che alcol, nicotina e, per l’appunto, THC superano la barriera rappresentata dalla placenta e raggiungono il feto. Fareste mai fumare una sigaretta, uno spinello o bere un bicchiere di whisky a un bimbetto appena nato? Credo proprio di no. Questo dovrebbe valere anche quando un bambino non lo si vede ancora; quando è ancora protetto nella pancia della madre.

Lo studio canadese: più di 650 mila gravidanze analizzate

Un gruppo di ricercatori canadesi ha recentemente affrontato questo problema, studiando un numero enorme di gravidanze e di parti (più di 650 mila), da un aggiornatissimo registro nascite dell’Ontario. In particolare, hanno verificato la percentuale di donne che riferiva di aver fatto uso di cannabis (senza specificarne il tipo), durante la gravidanza. Da questa prima analisi è emerso come più 9.000 donne (1,4% del totale), dichiarava di averne fatto uso, con una maggiore percentuale fra le under30.

I ricercatori hanno poi controllato quante di queste donne avessero avuto problemi durante la gravidanza, con particolare rifermento ai parti prematuri (ovvero prima della 37esima settimana; solitamente una gravidanza ne dura circa 40), al peso del neonato alla nascita e, ovviamente, alla mortalità fetale.

Rischio doppio di complicanze in chi ha fatto uso di cannabis in gravidanza

Da quest’analisi è emerso che, chi aveva fatto uso di cannabis in gravidanza, aveva poi avuto un rischio all’incirca doppio di andare incontro a un parto prematuro rispetto a chi non lo aveva fatto (12% contro 6%). Correlato a questo: doppio il rischio di dare alla luce bimbi non completamente sviluppati, per i quali si doveva ricorrere alle cure di una terapia intensiva neonatale. Di poco inferiore, ma comunque significativo, il rischio, infine, di dare alla luce un feto morto.

Altri fattori coinvolti nel rischio di complicanze, ma la cannabis ha sicuramente un ruolo

I ricercatori hanno, però, anche considerato che altri fattori (per esempio fumo, alcol, tabacco, stato socio-economico), potessero in realtà alterare i risultati dell’analisi sull’uso di cannabis. In altre parole: chi fumava cannabis, magari fumava anche tabacco e, quindi, l’effetto dannoso che si osservava sulla gravidanza era legato non alla prima, ma al secondo.

Per intenderci: sarebbe come se si dicesse che, chi a Bergamo s’interessa di calcio e sfoggia spesso qualcosa di nerazzurro, ha maggiori probabilità di tifare per l’Inter. Conclusione probabilmente errata: anche l’Atalanta, squadra della città, ha gli stessi colori.

Per far fronte a questo potenziale problema, i ricercatori hanno fatto un’ulteriore analisi, creando gruppi di donne il più possibile simili per i vari fattori di rischio, e diversi solo per il “sì” o il “no” all’uso della cannabis in gravidanza. Mi spiego meglio: nei due gruppi così costituiti si è fatto in modo che ci fosse la stessa percentuale di donne che fumava, che apparteneva a un determinato livello socio-economico, e così via. Un po’ come se, per capire se a Bergamo chi ha qualcosa di nerazzurro è più probabilmente tifoso di Atalanta o Inter, si dividesse i tifosi in due gruppi facendo in modo che in ogni gruppo fossero rappresentate al meglio le diverse variabili che possono influenzare la risposta finale. Per esempio, la stessa percentuale di chi si dichiara interessato al calcio, di chi ha sottoscritto un abbonamento a uno stadio, di chi abita in città da più o meno di cinque anni, di chi abita in centro o in periferia e così via.

Da quest’ulteriore analisi matched (questo è il termine tecnico che si usa), a parità di altri fattori di rischio, è comunque emerso un rischio maggiore di chi faceva uso di cannabis di andare incontro alle complicanze di cui sopra. Prova definitiva del ruolo dell’uso di cannabis in gravidanza sugli effetti osservati, e di come questo ruolo fosse indipendente da quello degli altri fattori di rischio. A voi le conclusioni. Almeno in gravidanza.

 

Nicasio Mancini

 

Fonti:

JAMA.  July 9, 2019;322(2):145-152. doi:10.1001/jama.2019.8734

 

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